Che origine ha un “little red dot”?
I misteriosi little red dots, piccoli oggetti compatti e rossastri osservati nell’universo primordiale, potrebbero essere alimentati da buchi neri supermassicci avvolti da un denso bozzolo di gas. A rafforzare questa ipotesi è lo studio, condotto da una squadra di ricercatori guidati da Vasily Kokorev, dell’Università del Texas ad Austin, di Glimpse-17775, situato a circa 12 miliardi di anni luce dalla Terra.
Grazie allo strumento NirSpec montato sul telescopio spaziale James Webb e all’effetto di lente gravitazionale prodotto dall’ammasso di galassie Abell S1063, posto prospetticamente proprio davanti al little red dot, gli astronomi hanno ottenuto lo spettro più dettagliato mai raccolto per uno di questi oggetti. L’analisi di oltre quaranta righe spettrali indica che Glimpse-17775 potrebbe essere una black hole star: non una stella vera e propria, ma un buco nero in accrescimento circondato da gas molto denso e parzialmente ionizzato, simile agli strati esterni di una stella.

Tre elementi sostengono questa interpretazione: in primo luogo, l’allargamento delle righe di idrogeno, ossigeno ed elio, attribuito allo scattering (diffusione) degli elettroni.
Poi c’è la presenza di righe del ferro e dell’ossigeno, solitamente prodotte da una sorgente estremamente energetica, come appunto un buco nero.
Infine sono state registrate alcune emissioni fluorescenti e l’assorbimento dell’elio, compatibili con un ambiente ad alta densità.

Il bozzolo di gas spiegherebbe anche la debole emissione di raggi X, che verrebbero assorbiti prima di uscire. Glimpse-17775 presenta però caratteristiche insolite rispetto ad altri little red dots, tra cui un debole Balmer break (discontinuità nello spettro). Secondo gli studiosi, ciò dipenderebbe dalla sua grande galassia ospite, le cui giovani stelle emettono radiazione ultravioletta e modificano la forma dello spettro.
Il buco nero avrebbe una massa pari a circa cinque milioni di Soli, inferiore a quella stimata per molti oggetti simili e compatibile con gli attuali modelli di formazione. La scoperta offre dunque una delle prove più solide a favore delle black hole stars, anche se saranno necessarie ulteriori osservazioni per stabilire definitivamente che cosa alimenti i little red dots.