L’evoluzione della nebulosa del Granchio

Da una esplosione stellare avvenuta un millennio fa è derivata quella che oggi conosciamo come la Nebulosa del Granchio o M1, situata a 6500 anni luce dalla Terra, nella costellazione del Toro.

Scoperta nel 1731 dall’astronomo britannico John Bevis, è stata successivamente messa in relazione da Edwin Hubble al “bagliore” che astronomi cinesi nel 1054 descrivevano come tanto brillante da essere visibile anche di giorno.

Questa nebulosa, una delle più vicine al nostro pianeta, è il resto di una supernova, che dopo la sua esplosione ha lasciato una pulsar, piccola stella di neutroni superpesante in rapidissima rotazione, circondata da gas in espansione, a formare filamenti, per una estensione superiore a 6 anni luce.

Su The Astrophysical Journal William Blair, astrofisico e ricercatore presso la Johns Hopkins University, ha pubblicato lo scorso marzo un articolo in cui racconta l’evoluzione di questo straordinario oggetto celeste nel corso di 25 anni, paragonando immagini del telescopio spaziale Hubble scattate nel 1999 con quelle del 2024 ottenute attraverso la Wide Field Camera 3, montata sul telescopio nel 2009.

Immagini della nebulosa del Granchio riprese dal telescopio spaziale Hubble nel 1999 e nel 2024 a confronto. Crediti: NASA, ESA, STScl, William Blair.

Dal confronto tra queste fotografie si evince come l’evoluzione dell’intera nebulosa sia tutt’ora in corso. In particolare, le regioni periferiche si sono mosse più velocemente rispetto alle zone centrali, per effetto dell’interazione tra il campo magnetico della pulsar con le particelle altamente energetiche del resto della nebulosa, in quella che viene definita radiazione di sincrotrone. Inoltre, molti filamenti sono cambiati nella loro temperatura, nella densità e nella composizione chimica. Il paragone delle immagini ha permesso anche di rendere meglio la tridimensionalità dell’intero oggetto, evidenziando come alcuni filamenti, dall’aspetto molto brillanti, siano in realtà situati più lontano di quanto si credesse, dove non arrivano le “ombre” della radiazione di sincrotrone.

Il prossimo confronto con le nuove immagini prodotte in luce infrarossa dal telescopio spaziale James Webb sicuramente rivelerà ulteriori dettagli e racconterà un altro pezzo della storia evolutiva di questa nebulosa.

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